Feder Cammini
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Dal vuoto interiore alla rinascita personale: il racconto di Insuk Han, pellegrino sudcoreano che sul Cammino di Santiago ha ritrovato forza, consapevolezza e il senso del proprio cammino

C’è chi parte per il Cammino di Santiago per fede, chi per sport, chi per curiosità.
E poi c’è chi parte perché sente di aver smarrito sé stesso.

È il caso di Insuk Han, pellegrino sudcoreano, che nel 2023, a 44 anni, ha deciso di lasciare tutto per affrontare un viaggio di sei mesi alla ricerca di una nuova direzione nella vita. Un percorso nato da una domanda semplice e allo stesso tempo devastante: “Chi sono davvero?”

«Guardando indietro alla mia vita – racconta – sentivo crescere dentro di me un profondo vuoto. Sapevo che qualcosa non andava, ma non riuscivo a capire cosa. Così ho deciso di partire».

Da quel momento il Cammino di Santiago è diventato molto più di un itinerario a piedi: una sfida personale, emotiva e spirituale.

Il significato di uno zaino da 12 chili

Tra i pellegrini esiste quasi un mantra: sul Cammino bisogna imparare a lasciare andare il superfluo.
Ma Insuk Han ha scelto una strada diversa.

Nonostante i consigli ricevuti, ha deciso di portare con sé uno zaino da 12 chili per tutta la durata del percorso.

«Per molti il Cammino insegna ad alleggerirsi. Per me, invece, quel peso rappresentava le responsabilità della mia vita. Non volevo più abbandonare i miei fardelli. Volevo imparare a portarli fino alla fine».

All’inizio percorreva circa 20 chilometri al giorno. Poi qualcosa è cambiato.

L’incontro sul Cammino con Alessandro ed Emma

Il punto di svolta arriva a Navarrete, lungo il Cammino Francese, quando incontra Alessandro ed Emma. Un incontro casuale destinato però a lasciare un segno profondo.

«Fu come se il Cammino mi stesse mettendo alla prova», racconta.

Da quel momento Insuk decide di spingersi oltre i propri limiti, aumentando progressivamente le distanze quotidiane fino a raggiungere i 30 chilometri al giorno.

Ma il Cammino, come spesso accade, alterna forza e fragilità.

Nel piccolo villaggio di Moratinos, un improvviso dolore alla gamba lo costringe a fermarsi. Più del dolore fisico, però, a travolgerlo è un forte senso di vulnerabilità e solitudine.

«Mi sentivo svuotato. Proprio come nella vita».

Ed è proprio lì che ritrova Alessandro ed Emma.

“Ti piacerebbe camminare con noi?”

Una frase semplice. Ma decisiva.

«Alessandro mi chiese: “Ti piacerebbe camminare con noi?”. In quel momento capii quanto sia importante sentirsi visti e accolti quando si attraversa un periodo difficile».

I tre proseguono insieme fino a León, dove Insuk si ferma per due giorni per recuperare fisicamente. Prima di salutarsi, Alessandro gli lascia il suo itinerario dicendogli soltanto: “Rincontriamoci”.

Per mantenere quella promessa, il pellegrino sudcoreano affronta una vera impresa personale: 170 chilometri in quattro giorni.

«Quando finalmente ci siamo ritrovati ho provato una sensazione incredibile. All’inizio 20 chilometri mi sembravano impossibili. Ora camminavo oltre 40 chilometri al giorno. Non era solo resistenza fisica: era la prova che ero cambiato».

Perché tanti coreani scelgono il Cammino di Santiago

Nella testimonianza di Insuk Han emerge anche una riflessione più ampia sul rapporto tra la Corea del Sud e il Cammino di Santiago, sempre più frequentato da pellegrini asiatici.

«Dopo la guerra di Corea abbiamo ricostruito il nostro Paese inseguendo il successo e la crescita. Abbiamo raggiunto grandi risultati, ma molti di noi hanno vissuto seguendo percorsi decisi da altri».

Per questo, spiega, il Cammino rappresenta qualcosa di profondamente simbolico.

«È uno specchio della vita. Un’occasione per scegliere finalmente la propria strada e ritrovare sé stessi».

“Il Cammino non è solo camminare”

Oggi Insuk Han guarda a quell’esperienza come a una rinascita personale.

«Il Cammino è molto più di una semplice camminata. È un viaggio dentro sé stessi».

E nel suo racconto emerge anche un ringraziamento speciale per Alessandro, definito “una guida capace di aiutare le persone ad ascoltarsi davvero”.

Ma il messaggio finale resta profondamente personale e universale allo stesso tempo:

«Anche con la guida migliore al tuo fianco, alla fine sei sempre tu che devi camminare».

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