Due pellegrini over 70 completano i 400 km del Jeju Olle Trail in Corea del Sud: un viaggio lento tra oceano, vulcani, cultura e paesaggi mozzafiato
C’è un filo invisibile che unisce i grandi cammini del mondo. Parte dai sentieri europei, attraversa la Via Francigena, passa dai percorsi verso Santiago e arriva fino all’altra parte del pianeta, dove il viaggio lento assume forme e paesaggi completamente diversi.
Lo sanno bene i pellegrini che, una volta scoperto il passo del cammino, continuano a cercare nuove strade. Un po’ come accade a Giacomo e Luisa Mantero, i coniugi entrambi settantacinquenni, che dopo la pensione hanno trasformato la loro vita in un susseguirsi di viaggi lenti: oltre 15 mila chilometri percorsi e venti cammini completati in dieci anni. Neppure il freddo, il fango o gli imprevisti lungo la Ruta de la Lana, affrontata in Spagna nei mesi scorsi, hanno fermato la loro voglia di partire.
Perché chi cammina sa che ogni percorso è diverso, ma le emozioni restano sorprendentemente simili.
«Ed è con questo spirito – spiega Giacomo – che, a migliaia di chilometri dalle nostre strade, io e mia moglie abbiamo deciso di seguire un altro cammino poco conosciuto in Europa ma capace di lasciare un segno profondo: il Jeju Olle Trail, in Corea del Sud.»
Oltre 400 chilometri, distribuiti in 27 tappe, lungo un percorso che abbraccia interamente l’isola vulcanica di Jeju in un grande anello affacciato sull’Oceano Pacifico.
Nel dialetto locale, la parola “Olle” indica il piccolo sentiero che collega la strada principale alla porta di casa. Una definizione semplice ma profondamente simbolica: perché questo cammino, nato nel 2007 grazie all’intuizione di una giornalista coreana, è molto più di un itinerario escursionistico. È un invito a rallentare e a ritrovare un rapporto autentico con il territorio.
Tappa dopo tappa il paesaggio cambia con una rapidità sorprendente.
Il cammino attraversa scogliere di basalto nero scolpite dalle antiche colate laviche, foreste subtropicali immerse nel silenzio e gli “Oreum”, piccoli coni vulcanici spenti che punteggiano l’isola e regalano panorami sconfinati sull’oceano.
Ma il Jeju Olle non racconta soltanto la natura.
Camminando si entra nel cuore di una cultura che ha saputo custodire le proprie radici. Lungo il sentiero compaiono continuamente gli “olledam”, i caratteristici muretti a secco in pietra lavica nera costruiti per proteggere case e campi dal vento che soffia costantemente sull’isola.

E poi ci sono gli incontri.
Tra i più emozionanti quello con le Haenyeo, le leggendarie “donne del mare”: pescatrici in apnea, molte delle quali hanno superato gli ottant’anni, che ancora oggi si immergono senza bombole nelle acque dell’isola per raccogliere molluschi e alghe, seguendo pratiche tramandate da generazioni.

A guidare i pellegrini lungo il percorso c’è il Ganse, un piccolo cavallino colorato che indica la direzione del cammino. Ma nella lingua di Jeju il suo significato va oltre: richiama l’idea della lentezza, del procedere senza fretta.
Ed è forse questa la lezione più potente del Jeju Olle Trail.
In una società che corre sempre più veloce, questo percorso impone una pausa. Una tregua. Un invito a ritrovare il valore del tempo e della distanza percorsa passo dopo passo.
Cosa resta dopo oltre 400 chilometri camminati ai confini dell’Oceano Pacifico?
«Gli occhi pieni di meraviglia, certamente. La consapevolezza di quanto il mondo sia grande. Ma soprattutto una certezza che ogni pellegrino, prima o poi, scopre: le cose più belle della vita spesso si rivelano soltanto a chi accetta di camminare a quattro chilometri all’ora».

Per approfondire e scoprire a fondo il loro viaggio lento è possibile visitare la pagina Facebook di Giacomo Mantero







































